10/07/2009

 

Un'originale lettura di una delle più seguite serie televisive si trova nel libro Dr. House md. Follia e fascino di un cult movie (Siena, Cantagalli, 2009, pagine 95, euro 9). Pubblichiamo quasi integralmente l'introduzione degli autori.

di Carlo Bellieni e Andrea Bechi

OSSERVATORE ROMANO, 11 LUGLIO 2009
E se il cinico Doctor House
in fondo fosse buono?

Quando vediamo il fornaio impastare il pane, sappiamo che saprà trarne una bella e gustosa rosetta o un ottimo sfilatino:  è il suo mestiere, lavora da anni a questo e la sua bravura non ci lascia stupiti. Se però andiamo a casa di un amico e questi durante la cena ci spiega che il dolce che stiamo mangiando è frutto di un suo personale lavoro di cottura e impastatura, la cosa ci stupisce favorevolmente, perlomeno se il dolce è buono. Se poi il dolce è buonissimo e l'amico era uno che ritenevamo un fannullone, la questione ci incuriosisce e ci rallegra tantissimo.
Questo è il caso della serie televisiva "Dr. House md". È noto che dalla tv filtrano pochissimi segnali fuori dal coro del politically correct che strombazza e imprime nelle menti poca cultura e due soli "valori":  l'autodeterminazione (che finisce col diventare solitudine) e il disimpegno. È anche vero che talvolta sono (...LEGGI TUTTO...)

postato da: carlobellieni alle ore 10/07/2009 18:27 | Permalink | commenti (1)
Commenti
#1    23 Luglio 2009 - 15:15
 
A proposito di chi si rifiuta di chiamare “bambino” un bambino che non è ancora venuto alla luce, navigando in rete mi sono imbattuto in un blog ove è criticato (per usare un eufemismo…) il fatto che il prof. Bellieni prima, in un suo intervento, ha auspicato di bandire dall’uso comune i termini “feto” ed “embrione” (umani), perché si tratterebbe, a tutti gli effetti, di un bambino che si sta sviluppando, mentre, in interventi successivi, ha continuato a utilizzare i termini che prima aveva proposto di bandire dall’uso comune.
La critica rivolta al prof. Bellieni è del tutto immotivata, perché affermare che l’essere concepito, l’embrione, il feto (umani) non sono altro che un bambino o una bambina in via di sviluppo, ma che non è ancora venuto o venuta alla luce, non vieta di poter continuare a utilizzare quei termini, purché risulti chiaro cosa essi stiano realmente a indicare.

Il filosofo del diritto Norberto Bobbio, un laico, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera alla vigilia del referendum abrogativo (1981) della legge 194 (del 1978) sull’aborto, affermò: “Quando ci si trova di fronte a diritti incompatibili, la scelta è sempre dolorosa. […] Ho parlato di tre diritti: il primo, quello del concepito [il diritto alla nascita], è fondamentale; gli altri, quello della donna e quello della società, sono derivati. Inoltre, e questo per me è il punto centrale, il diritto della donna e quello della società, che vengono di solito addotti per giustificare l’aborto, possono essere soddisfatti senza ricorrere all’aborto, cioè evitando il concepimento. Una volta avvenuto il concepimento, il diritto del concepito può essere soddisfatto soltanto lasciandolo nascere”.
(Nel seguito dell’intervista Bobbio sostiene che la legge 194, se fosse applicata bene – il che è tutto dire… –, potrebbe costituire una sorta di compromesso, messo in atto dallo Stato, tra il rispetto dei diritti del concepito ed esigenze più pragmatiche di regolamentazione di una piaga sociale purtroppo esistente.)
Bobbio afferma dunque che, una volta avvenuto il concepimento, indipendentemente dalle circostanze in cui esso sia avvenuto (cioè, se in modo programmato o in modo accidentale, col consenso della donna o senza tale consenso, ecc.), il diritto alla nascita dell’essere umano concepito risulta prioritario rispetto ai diritti che altri soggetti potrebbero accampare per voler sopprimere il concepito prima che venga alla luce (il diritto della madre di portare avanti una gravidanza desiderata, quello – di uno o di entrambi i genitori – di avere un figlio sano o di avere la possibilità di garantirgli un futuro sufficientemente sicuro dal punto di vista economico, quello della società di non vedersi gravata, eventualmente, della presenza di una persona handicappata fisicamente o psichicamente – com’è noto, comunque, la legge 194 vieta espressamente di considerare l’aborto come un mezzo per il controllo delle nascite da parte della società –, ecc.).
Mi sembra evidente che il nascituro non abbia un’esistenza indipendente dal resto della sua famiglia – in particolare, dalla madre – e della società, ma credo sia necessario riconoscere, anche da un punto di vista puramente laico, e alla luce di tante evidenze scientifiche, che non è eticamente lecito trascurare o minimizzare i suoi diritti (come purtroppo avviene spesso), trattandosi del soggetto più debole e indifeso. Personalmente, ammetto che solo in casi di estrema gravità, in cui, ad esempio, si debba necessariamente scegliere fra la vita del nascituro e quella della madre, si abbia un fondato diritto a una libera opzione (affermo ciò, sia chiaro, senza voler in alcun modo negare la drammaticità che, in molti casi, comporta – nei genitori e in particolare nella madre – la scelta di interrompere la gravidanza).
Occorre notare, comunque, che con la legge 40 (del 2004) sulla procreazione assistita si sono fatti alcuni importanti passi avanti per quanto riguarda il riconoscimento giuridico dei diritti del concepito, il quale è protagonista del processo generativo, e non può quindi essere ridotto a un oggetto alla mercé dei genitori o di altri soggetti.

Una possibile obiezione ai ragionamenti che ho esposto è la seguente: “Chi ci può assicurare, ad esempio, che se una persona gravemente handicappata avesse conosciuto in anticipo il tipo di vita che l’attendeva, sarebbe voluta venire ugualmente alla luce?”
Nessuno, come nessuno ci può assicurare del contrario (a parte il fatto, comunque, che mi sembra uno pseudo-problema…); mi risulta, comunque, che, generalmente, i disabili (forse sarebbe meglio dire i “diversamente abili”) non disprezzino affatto la loro vita, così com’è. In ogni caso, si toccherebbe ora un altro argomento molto delicato, che è quello della liceità o meno di una sorta di “principio di autodeterminazione” di ciascun individuo relativamente alla propria vita. Potrei esprimere molte perplessità sulla liceità di un tale principio, anche da un punto di vista puramente laico (come, del resto, ha fatto spesso il prof. Bellieni), poiché sono convinto che la vita di ciascuno di noi non appartenga solo a noi stessi o alla nostra famiglia, ma appartenga a tutta l’umanità (si tratta comunque di un argomento che, in questo momento, non ho intenzione di approfondire).

Saluti
Giorgio Della Rocca
utente anonimo

Commenti

categoria:articoli cv bellieni, libri cv bellieni